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Prove generali di export – Tokyo: scoppia la passione per pane, vino e olio sardi


Pasquale Porcu del 11/11/09

TOKYO. Missione compiuta. La Sardegna che cercava visibilità a Tokyo può dirsi soddisfatta grazie a due eventi che moltiplicano la nostra popolarità nel Sol Levante. Stiamo parlando dell’incontro della delegazione di amministratori e imprenditori sardi col presidente del Senato del Giappone e di quello, al teatro imperiale, col mondo imprenditoriale nipponico durante una serata di gala. Ospite d’onore della serata il gesuita monsignor Giuseppe Pittau di Villacidro, forse l’occidentale più stimato e conosciuto nel Sol Levante. Al vescono di Castro (col volto rigato da qualche lacrima di commozione) il sarto di Orani, Pauleddu Modolo, ha voluto consegnare la sua speciale «berritta», quella della quale sono già insigniti il presidente Cossiga e Gianfranco Zola.
Non è semplice fare breccia nel mercato nipponico, troppe le protezioni, le abitudini e le fisime di un popolo di consumatori esigente e attaccato alle proprie tradizioni.
E chissà che, ad avvicinare le due isole, non serva anche quel duetto di «No potho reposare» cantato in sardo (da Sandra Ligas di Elmas e dal chitarrista Daniele Cuccu) e in giapponese (da Ito Lime), la stupenda sfilata di kimono in velluti leggeri di Paolo e Francesco Modolo («Ne abbiamo già venduto dieci», dicono i titolari della più famosa sartoria sarda), le musiche del gruppo Calagonis e i costumi di Orani, Dorgali, Mara Calagonis, Tratalias e Bitti e l’inarrivabile perfezione dell’orafo di Dorgali Sandro Pira. «Siamo venuti con delle aspettative- dice Fabrizio Collu, assessore al turismo della Provincia del Medio Campidano – Il nostro territorio ha ricchezze che potranno interessare al Sol Levante».
«I giapponesi amano sempre di più la pasta – dice Alessia Fois, ufficio marketing del Pastificio Di Sardegna – noi pensiamo di avere il prodotto giusto per loro».
«Da tempo siamo ambasciatori anche all’estero del pane carasau – dice Celestina Bulloni, dell’omonimo panificio di Bitti- Anche in Giappone, grazie ai contatti che abbiamo preso, proporremo le risorse della nostra isola».
Salvatore Loriga (Oleificio Chieddà di Siniscola) è un veterano del Giappone:«In questo paese – dice- operiamo dal 2002, e in questo viaggio abbiamo segnato nuovi goal».
A gonfie vele affari gli affari nipponici della Cantina Trexenta: «I vini sardi, qui, stanno andando bene- dice Agostino Pizano – In questa missione abbiamo rafforzato e ampliato la nostra presenza sia nella grande distribuzione che nelle enoteche».
«Il Giappone è ricco e bisogna esserci – dice Pasquale Rau della Lucrezio R. di Berchidda – e noi stiamo entrando, soprattutto col mirto».
«Siamo presenti soprattutto nella ristorazione – dice Ignazio Manca della Ferruccio Podda Formaggi di Sestu- Ora contiamo di entrare nella grande distribuzione organizzata». La Camera di Commercio di Nuoro ha portato a Tokyo 12 aziende tra le quali un consorzio di imprese tra le cantine di Jerzu, Dorgali e Oliena. Il Giappone è lontano ma l’assessore Sannitu lo avvicina alla Sardegna».
«I turisti giapponesi preferiscono la montagna al mare- ribadisce Pietro Contena – I nostri paesini dell’interno potrebero essere per loro una meta ideale». E in quell’occasione – fa eco Tore Mastio, della Coldiretti Sardegna, «potremmo far vedere loro come si producono carne, formaggi e vino».
Anche se il viaggio non è stato organizzato e pagato dalla Regione Sardegna, è l’assessore al Turismo Bastianino Sannitu, che incassa i complimenti. Da quelli espressi in pubblico dal vicepresidente del Consiglio regionale Giuseppe Luigi Cucca a quelli dei consiglieri Gavino Manca (Pd) e Massimo Mulas (Cristiano Sociali) da quelli del presidente della provincia di Oristano Pasquale Onida a quelli della sua collega della Gallura Pietrina Murrighile, da Gigi Picciau a quelli di Pina e Umberto Soletta di Codrongianos. «Intanto – dice Marco Mannu, Stl di Oristano- dobbiamo lavorare sodo». Al viaggio dei 145 imprenditori sardi in Giappone, ha promesso Sannitu, seguirà un viaggio di operatori giapponesi e cinesi in Sardegna ai primi mesi del 2010. «Ma il capitolo Cina – dice Giorgio Macioccu, artefice del progetto Rose Wedding – la Sardegna l’ha già aperto e sono certo ci darà grandi soddisfazioni».

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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