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Negozi, in Sardegna si può aprire 365 giorni


Le novità introdotte con le modifiche alla legge regionale 5 del 2006

Emanuele Dessì, , 21/01/10

La Regione cancella la legge che imponeva la chiusura in alcuni festivi. Reazioni diverse tra le associazioni di categoria.
«Un successo». Ma anche «una modifica inopportuna». Il commercio sardo si divide all’indomani della decisione del Consiglio regionale che, in una seduta animata, ha cancellato il divieto di chiusura inderogabile in alcuni giorni festivi: primo gennaio, Pasqua, 25 aprile, primo maggio, Natale e Santo Stefano.

Le chiusure «inderogabili» erano state introdotte nel maggio 2006 con la legge 5, parzialmente rivista alla fine dello stesso anno, sull’onda di roventi polemiche, sdoganando il lunedì dell’Angelo, il 15 agosto e, almeno per Cagliari e dintorni, il primo maggio, dedicato a Sant’Efisio.

CONFESERCENTI Il presidente di Confesercenti Sardegna, Marco Sulis , nell’apprendere «con stupore» le novità, le definisce «alquanto inopportune». Sulis ci tiene e sottolineare che dietro la modifica della legge «non c’è la volontà dei commercianti e delle loro organizzazioni di rappresentanza». Almeno Confesercenti, puntualizza il presidente regionale, «già a suo tempo espresse parere positivo solo ed esclusivamente sulla possibilità di apertura per i giorni primo maggio e 25 aprile e soprattutto, solo nelle zone ad effettiva vocazione turistica, esprimendo anche la necessità di rivedere la normativa riguardante il riconoscimento di Comune a vocazione turistica». Sinora, sostiene ancora Marco Sulis, «vista l’ambiguità della norma, si è abusato dello strumento concedendo deroghe in modo forse un po’ troppo disinvolto, finendo per favorire esclusivamente la grande distribuzione».

CONFCOMMERCIO «Si conclude l’iter del disegno di legge voluto fortemente dalla Confcommercio, che costituisce un successo non solo per Alghero – che per prima aveva sostenuto l’assurdità dei vincoli imposti dalla normativa – ma per tutti coloro, amministrazioni, associazioni, operatori e consumatori, che in Sardegna, da tempo, hanno sostenuto la necessità di demandare, per intero, la materia degli orari delle attività commerciali alla concertazione a livello comunale». Così Massimo Cadeddu , presidente della Confcommercio territoriale di Alghero.

LA GDO «Ci si uniforma ad altre regioni italiane e più in generale all’Europa. La modifica, che saluto con favore, non mi sorprende», evidenzia Michele Orlandi , direttore generale in Sardegna di Conad del Tirreno. «Le liberalizzazioni, introdotte in Italia dal decreto Bersani, hanno avuto un avvio altalenante, ma ora sta andando nella direzione auspicata dal legislatore, che è quella di offrire un servizio. Noi», aggiunge Orlandi, «offriamo dal piccolo negozio Margherita al grande ipermercato Conad Leclerc. Si valuterà quale punto vendita aprire, in questa o quella realtà – senza una legge che ti imponga il contrario – 365 giorni all’anno. È un segno dei tempi che, altrove, hanno colto e non da oggi».

L’ASSESSORE «Riteniamo che il turismo non si possa sviluppare se non si garantiscono i servizi essenziali», dice l’assessore regionale al Commercio, Sebastiano Sannitu , aggiungendo che «una maggiore flessibilità, consente agli operatori di adattare l’organizzazione del lavoro alle esigenze di una società in continuo movimento e a una concorrenza sempre più incisiva». Per Sannitu «la legge avrà non solo effetti positivi diretti sulle imprese e sui lavoratori del settore del commercio, ma soprattutto darà un irrinunciabile contributo al settore turistico».

Non solo. «Altro aspetto centrale è l’autonomia riservata agli enti locali di valutare in merito all’apertura dei negozi, in risposta alle esigenze specifiche locali ed in accordo con le forze economiche e sociali». Sul punto, interviene ancora Massimo Cadeddu. «La modifica introdotta consentirà di fornire una migliore risposta alle diverse esigenze delle realtà isolane. Sono convinto che con lo stesso senso di responsabilità finora manifestato, i Comuni e le parti sociali, primi fra tutti i sindacati dei lavoratori, sapranno trovare per il futuro le risposte più opportune alle esigenze degli addetti del settore e alle attese dei consumatori».

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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