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Buoni vacanze, un decollo lento


TURISMO. L’agevolazione scade a giugno. In Italia 11.500 domande. Gli albergatori: risorse insufficienti
Ai sardi l’incentivo non piace: solo 240 richieste

Lanfranco Olivieri, , 07/02/10

I buoni vacanze debuttano senza scintille. L’aiuto al turismo non piace ai sardi: solo 240 richieste. Peggio le strutture: appena cento adesioni.
I buoni vacanze, almeno in Sardegna, partono senza sprint. Solo 240 richieste e appena cento strutture aderenti all’iniziativa. In vetta ci sono Lombardia e Campania che, in due, fanno quasi quattromila domande. Ma in Italia, nel complesso, non si va oltre gli 11.500 buoni. Certo, la distribuzione è cominciata da poco: dal 20 gennaio, per l’esattezza. Eppure gli albergatori isolani non sono fiduciosi sui risultati. I motivi: scarse risorse a disposizione (in tutto 5 milioni) e pubblicità insufficiente. Anche i tempi non giocano a favore del turismo sardo, tipicamente estivo. I voucher possono essere spesi entro il 30 giugno.

LE CRITICHE «Lo strumento non mi sembra efficace, oltre che scarsamente fruibile», osserva Mauro Murgia , vicepresidente nazionale dei giovani di Federalberghi. «Le strutture sarde non sono attrezzate per accogliere i turisti ad aprile e a maggio. Inoltre, l’apertura fuori stagione sarebbe un costo insostenibile». Bisognerebbe creare alternative. «Sì, è vero: ma è difficile farlo senza un aiuto della Regione», ammette Murgia.

I NUMERI Scettico pure Stefano Lubrano , presidente della Confindustria Nord Sardegna: «Cinque milioni non bastano, se riusciamo a distribuire trentamila voucher sarà tanto. I numeri, comunque, resterebbero esigui: in Francia sono stati distribuiti 1,7 milioni di buoni in tutto, e lo stesso ammontare è stato raggiunto in Spagna». Per Lubrano, la strategia deve essere un’altra: «In Sardegna, occorrerebbe più chiarezza sul fronte dei voli low cost. La Regione deve trattare coi vettori e non sorprendersi se le compagnie chiedono soldi in rapporto ai passeggeri che fanno sbarcare nell’Isola».

Perplessità simili per Nicola Palomba , amministratore dell’hotel Costa dei Fiori di Santa Margherita di Pula. «I buoni vacanze sono un tentativo lodevole da parte del Governo di sostenere il comparto. Ma non basta», dice l’imprenditore. «Il turismo ha bisogno di benefici fiscali maggiori. Mi riferisco all’Iva», aggiunge Palomba: «In Italia la paghiamo al 10%, mentre in Francia si arriva al 5% e in Spagna al 7%». E c’è di più: «L’incidenza del buono – che è da 20 o 50 euro – sulla spesa finale per una vacanza è irrisoria. Ecco il perché delle poche richieste».

I BUONI L’agevolazione viene concessa in percentuale (dal 20% al 45%, a seconda dalle fasce di reddito) sull’importo dei buoni richiesti, fino a un massimo legato al numero dei componenti familiari. Il contributo potrà essere erogato una sola volta e fino all’esaurimento dei fondi disponibili, sulla base del criterio di priorità cronologica della richiesta e al versamento dell’importo residuo a carico del turista. Così, per esempio, una famiglia di 4 persone, con reddito inferiore ai 25 mila euro, può ottenere buoni (spendibili solo in Italia) per un valore fino a 1.230 euro, pagandoli solo 676,50 euro (poco più della metà).

L’elenco delle strutture che hanno aderito è consultabile online. «Nel sito www.buonivacanze.it», commenta Massimo Abate , presidente dell’associazione Buoni vacanze Italia, «sono presenti tutte le tipologie delle strutture turistiche: più del 60% sono alberghi, il restante sono dimore storiche, agriturismo e campeggi».

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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