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La cultura porta il 30 per cento di turisti in più


LURAS. Visitano i dolmen, il museo etnografico Galluras e gli olivastri millenari

Sebastiano Depperu, , 07/02/10
La stagione turistica ha dato frutti maturi al 2009, con i siti quasi sempre affollati in stagione e non. Luras, paese di meno di 3mila anime, con una sola edicola, tre negozi di alimentari e una stazione ferroviaria quasi inesistente, attira ogni anno migliaia di visitatori. Secondo i dati della cooperativa Galluras, l’incremento dei visitatori del 2009 è del 30% in più rispetto all’anno precedente, per oltre 15mila visitatori nel solo sito degli olivastri millenari di Carana e oltre 4mila visitatori al museo etnografico Galluras.

Un risultato in contro-tendenza rispetto ad altre realtà turistiche della Gallura. Fiore all’occhiello del paese è il museo etnografico Galluras. Ospitato in palazzo costruito alla fine 1700, con il classico granito a vista, è nato grazie alla passione di Piergiacomo Pala che ne cura la direzione; raccoglie quasi 5mila reperti della tradizione gallurese, datati tra la fine del ’400 e la prima metà del ’900. Il pezzo più famoso è, senza dubbio, il martello de La Femina Agabbadòra, un martello in legno d’olivastro, utilizzato per l’antica pratica dell’eutanasia fino alla metà del secolo scorso.

A meno di un 1 km dal centro storico si possono ammirare quattro siti dolmenici. Il più grande dei quattro dolmen, ha una lastra di copertura che, per dimensioni, è la seconda in tutto il bacino del Mediterraneo. Altra attrazione i due splendidi esemplari di olivastri millenari, sul Liscia. Il più grande dei due ha un’età stimata intorno ai 4000 anni di vita.

I visitatori arrivano da tutto il mondo. Tra gli stranieri primeggiano tedeschi, francesi e inglesi; spagnoli, polacchi e sloveni sono in aumento, così come i russi, gli ungheresi e gli americani. Turismo straniero sempre in aumento, dunque. I tedeschi arrivavano a trascorrere le vacanze, in Gallura, al massimo fino alla metà del mese di giugno per ripresentarsi nel mese di settembre.

Il 2009, invece, li ha visti presenti anche nei mesi più caldi: non sono mai andati l’anno scorso. Stesso discorso vale per il turismo russo e per la novità degli sloveni e degli ungheresi. Resta, anche, consistente il movimento dalla Penisola e dalla stessa Sardegna.

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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