tomaso giagoni

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Troppi “Omineddus” al potere


Paolo Fadda*, , 05/03/10
Che si sia di fronte ad una preoccupante involuzione sulle qualità delle classi dirigenti isolane parrebbe ormai evidente, solo che si osservino le quotidiane vicende sia della politica come dell’economia. I carrierismi senza limiti e gli affarismi senza freni paiono essere i vizi più evidenti e diffusi fra quelle élites emergenti più per inganni o prepotenze che per meriti o capacità.

Sembrerebbe quindi che si siano del tutto interrotti i circuiti virtuosi che, in passato, avevano permesso di selezionare dei gruppi dirigenti capaci di porsi alla guida dell’isola per avviarla verso il progresso. D’altra parte, averne disponibilità è ritenuta una delle precondizioni
per conseguire successo, tant’è che i governi ed i partiti di tempi andati si premurarono di preparare e professionalizzare, dall’Ena alle Frattocchie, i loro quadri dirigenti.

Oggi, al contrario, ci si improvvisa su tutto, tanto che nella politica come nell’ economia ci si trova dinanzi ad un dilettantismo becero e deteriore. Infatti i guadagni facili ed illeciti, così come le sudditanze verso i leader di turno, hanno favorito l’ emergere, nell’ isola, di troppi “mes’ominis” e “omineddus”, privi di esperienze e di appropriate culture. Così la Sardegna si è trovata, in un momento fra i più drammatici, a dover contare su di una classe dirigente senza qualità e, soprattutto,interessata a soddisfare soltanto il proprio tornaconto i bisogni di tutti.

C’è in quest’ involuzione una responsabilità non piccola della scuola superiore che, per quel che si può notare, ha visto scadere decisamente la qualità e l’ efficacia dei propri insegnamenti, per via di un corpo docente talvolta mal reclutato e spesso sprovvisto di adeguate preparazioni. C’è ancora, ma non secondariamente,l’affermarsi sempre più totalizzante di quel “turbo-affarismo” che prospera sotto traccia, lucrando su commerci illeciti e su furbizie e inganni intessuti con il potere pubblico.

Il risultato sotto i nostri occhi è tale da far sì che queste élites di comando non siano più capaci di guidare l’ isola, con capacità virtuose, verso lo sviluppo. Con l’aggravante che avendo poi scelto la strada di un rapporto incestuoso e di sudditanza fra politica ed economia, si siano trovate depotenziate e immiserite, capaci solo di galleggiare stentatamente anziché dimnavigare speditamente

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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