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«Porto Cervo sta passando di moda»


L’INTERVISTA.
Da Confindustria Nord Sardegna la presidente della sezione Turismo dice: «Ora un piano di settore»
Cinzia Callegari: «Il mercato delle vacanze è in crisi»

Alessandra Carta, L’Unione Sarda, 16/05/10

La Gallura rischia di restare fuori dal mercato mondiale delle vacanze. «I competitor sono organizzati meglio di noi», dice la Callegari. Con un invito: «Pubblico e privato devono fare sistema».

La scrivania di cristallo, in Confindustria Nord Sardegna, se l’è sudata sul campo. Hotel dopo hotel, stagione dopo stagione. Sempre lì, a misurare qualità, servizi e gradimento. Sempre lì a scrutare l’orizzonte di quel punto zero dove domanda e offerta s’incrociano. Sempre lì a pensare una soluzione, un’alternativa, una strategia. Tanto che oggi, Cinzia Callegari, la signora dell’industria vacanziera – è presidente della sezione Turismo – può permettersi il lusso di suonare il campanello d’allarme. Non fosse altro che, alle sue spalle, l’imprenditrice vanta pure anni macinati a promuovere l’Isola. Stava dall’altra mare, la Callegari, a Bologna, fino a venticinque anni fa. Poi una direzione alberghiera a Porto San Paolo, poi le consulenze di marketing per altri hotel da quattro stelle in su. Poi le radici affondate in Gallura, nella Provincia del mare, del sole e della storia, nella terra che «è in crisi di destinazione». Vuol dire che «rischia di uscire dal mercato mondiale delle vacanze».

Presidente, la Gallura si deve preparare al peggio?
«No, ci sono tutti i presupposti perché recuperi il terreno perduto, al pari della Sardegna che sta attraversando la stessa crisi di destinazione».
Come si esce dal guado?
«Serve un destination manager».
Chi è?
«Un esperto di mercato turistico».
Cosa deve fare?
«Diventare la cabina di regia per la promozione, mettendo insieme le nostre offerte. Dalle spiagge ai siti archeologici, dai prodotti enogastronomici alla location per celebrare eventi sportivi».
Detta così, è facilissima. Perché nessuno ci ha mai pensato?
«Manca la volontà di mettersi insieme. Succede che non parliamo tanto, che non riusciamo a fare gruppo».
Colpa del pubblico o dei privati?
«Bisogna unire le forze e basta. La Gallura è un territorio da dieci stelle lusso. E questi punti di forza vanno veicolati nel mondo».
A ogni convegno sul turismo, sembra che la destagionalizzazione sia vicina. Invece resta sempre tutto uguale: un mese di pienone, due discreti e finisce lì.
«Certo, il territorio non è organizzato per la destagionalizzazione».
Sviluppare il golf aiuterebbe?
«I campi da golf sono necessari, portano turismo tutto l’anno».
Quanti campi?
«Almeno tre da diciotto buche in ogni provincia. In due anni se ne dovrebbero realizzare trenta».
Enogastronomia: quali potenzialità?
«Enormi. Alcune cantine hanno già aperto spazi per la degustazione. Ma anche queste offerte vanno messe a sistema».
Quale sarebbe il ruolo degli enti pubblici?
«Darci gli strumenti per mappare il territorio, oltre che contribuire sulla parte economica».
Il compito delle imprese?
«Contribuire col proprio know how nelle strategie di marketing e, perché no, anche con proprie risorse».
Quanti soldi servono?
«Il tanto per fare sistema e realizzare insieme un piano di medio e lungo termine. Ripeto: insieme, e per una programmazione di almeno tre anni».
Quanto ci vuole per prepararlo?
«Col gruppo giusto in dodici mesi si può mappare l’offerta. Poi bisogna procedere a piccoli passi: dagli attuali quattro mesi di stagione, bisogna porsi l’obiettivo dei sei-sette».
Intanto i comuni vanno alle fiere del turismo. Spaiati, ma certi di conquistare nuove fette di mercato. Funziona questa strategia?
«No, così le fiere non hanno alcuna utilità. Le vetrine sono importanti, pensiamo a Londra, Monaco e Berlino per restare in Europa. Ma intanto vanno selezionate, non si può partecipare a tutte. E poi bisogna presentarsi uniti, sotto la bandiera della Regione. Si deve vendere il prodotto Sardegna, non Olbia o Arzachena singolarmente. Ecco perché è necessario un piano unico per l’Isola, che è quasi un continente».
Insomma: denari buttati al vento quelli spesi dalle amministrazioni?
«Se gli enti locali vogliono investire sul turismo, devono farlo nel territorio, migliorando l’accoglienza dei turisti. Significa panchine, cartellonistica stradale, servizi».
Perché si esce dal mercato delle vacanze?
«Perché i competitor sono meglio organizzati di noi, sanno promuoversi meglio durante tutto l’anno e anche gli italiani sono allietati dalle offerte estere».
Nemmeno la Costa Smeralda regge la concorrenza mondiale?
«Porto Cervo è un marchio, quindi è diventata target, grazie al principe Aga Khan. Ma se la Costa resta un faro per la Sardegna tutta, non è al passo coi tempi quanto a destagionalizzazione».
Cosa manca?
«Centri benessere, piscine chiuse e coperte. Magari rivolte verso la natura, perché questa è l’anima della Sardegna. Anche su questo fronte il principe ci ha insegnato tutto. Ma poi Porto Cervo è degenerata come stile architettonico».
La Sardegna è troppo cara?
«Non possiamo avere costi bassi, quelli fissi sono molto alti. Però dobbiamo elevare la qualità dell’offerta. Solo così possiamo aggredire il mercato».
Sugli arrivi hanno un’incidenza pesante le tariffe aeree. “Si” o “no” alle low cost?
«Sì, indubbiamente. Ma non si può seguire un’unica strada. Tutte le compagnie dovrebbero coprire le rotte».
Confindustria si offre per realizzare il piano unico del turismo?
«Siamo pronti a sederci intorno a un tavolo».
Nella sofferenza dell’offerta Gallura e Sardegna, quanto pesa la crisi economica internazionale?
«Tanto e si sente. Ma vale per tutte le destinazioni del mondo. Con la differenza che la nostra offerta è in flessione per ragioni di qualità. Ha perso appeal».

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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