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18 maggio 2010 • 18:36
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Paolo Fadda*,
, 17/01/10
Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.
Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.
Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.
Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.
Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.
Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.
Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.
La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.
Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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