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Il popolo dei panini non va al museo


Bed&breakfast strapieni, ma col rock non si fanno affari
Amministratori e commercianti speravano che l’evento potesse trasformarsi in una buona occasione per il turismo

Bettina Camedda, La Nuova Sardegna, 20/09/2010

CAGLIARI. Forse l’entusiasmo per il rock ha contagiato anche gli amministratori della città che si aspettavano significativi ritorni dal concerto, ma è stato un errore, naturalmente commesso in buona fede, credere e annunciare che da solo il Komandante potesse portare i grandi numeri anche fuori dalla zona della Fiera. Il pubblico di Vasco era lì solo per lui; il resto ha contato poco. Difficile immaginare i giovani fans della amata rockstar di Zocca andare per musei o fare shopping per le vie del centro, o mangiare in qualche ristorante.

Bibite e panini portati da casa o acquistati al primo market di passaggio, ecco il loro pranzo. Poi dritti alla Fiera, alcuni già dalla mattina prima. Impossibile trovare un fan disposto a lasciare il posto conquistato di buon ora nella lunga fila e sotto il sole cocente per visitare la città, i suoi monumenti, il centro storico. Non c’è tempo, e neppure voglia. Lo dice chiaramente Giovanni e i suoi otto amici, età media del gruppo 28 anni, venuti da Sassari in camper: «Siamo qui solo per Vasco, ci fermiamo per la notte, poi domani mattina si torna a casa. In camper abbiamo già tutto quello che ci serve».

La città che vedeva nel grande rientro di Vasco in Sardegna (l’ultima volta cinque anni fa) l’occasione per incrementare il turismo e rendersi appetibile agli occhi dei turisti non ha avuto ciò che sperava.

Occasione mancata ad esempio per i tanti commercianti che speravano che il concerto da solo garantisse un afflusso e vendite maggiori rispetto ai giorni precedenti. Il riscontro economico c’è stato ma solo per piccoli hotel e bed & breakfast che per due giorni hanno registrato il pieno. Qualche decina di persone in più rispetto alle presenza già previste per altri eventi o festival cittadini.

Overbooking per l’Hostel Marina in Piazza San Sepolcro aperto circa un anno e mezzo fa. «Sono venuti da tutta Italia – dice la responsabile della struttura – soprattutto dal nord, per il concerto di Vasco anche incentivati dalla promozione che abbiamo realizzato, il 10% di sconto sul prezzo della camera a chi mostrava il biglietto del concerto. Qui soggiornano in tanti anche per Marina Cafè Noir che ha riscosso grande successo. Cagliari però non è in grado di ospitare personaggi del calibro di Vasco perché è ancora disorganizzata, non si danno informazioni su come muoversi, non ci sono taxi disponibili, i ragazzi sono abbandonati a se stessi, anche per questo rimangono due giorni e poi vanno via».

Affluenza invece nella media nei musei della città: al Museo Archeologico si sono registrate solo in mattinata 160 presenze e sulle 250 alla Pinacoteca Nazionale nella Cittadella dei Musei. Per la maggior parte turisti francesi. Alzi la mano chi si aspettava il contrario.

Nessun fan del Blasco tra i visitatori che hanno invece preferito adagiarsi nel piazzale Marco Polo, antistante il quartiere fieristico, in attesa del rocker più amato e sregolato d’Italia.
La notte bianca, l’evento di fine estate però non è stato solo il rock della Fiera, ma anche altre iniziative che nel centro hanno tenuto banco per tutta la serata, sino al finale dei fuochi d’artificio al Bastione di Santa Croce.

Tra questi il Marina Cafè Noir: un binomio perfetto quello di musica e cultura che conquista, incanta ed emoziona. Perché, come canta Blasco, «ha un senso», mentre non bastano due fuochi d’artificio a trasformare un concerto rock in una chance per la città turistica.

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Più idee concrete e meno slogan

Paolo Fadda*, , 17/01/10

Per un futuro dell’isola, che sia meno precario e che scacci la crisi, si sono messi in campo in questi giorni mobilitazioni ed appelli sotto degli slogan che dicono pressappoco questo: lottiamo “per un nuovo “piano di rinascita” e, ancora, “per un diverso modello di sviluppo“.

Peraltro, è difficile comprendere cosa di concreto contengano quegli slogan, dato non si precisano quali indicazioni concrete propongano.Ad essi infatti andrebbe data, come possibile giustificazione, quella di voler divenire solo la cassa di risonanza per lo stato di gravi difficoltà e di persistenti malesseri attraversato dalle comunità isolane.

Per la verità, la Sardegna, con la sua economia, si trova oggi in mezzo ad un guado, dove, abbandonata la sponda di un’industrializzazione forzata, non sa più verso che riva dirigersi. E questo mentre preme una forza lavoro che è più che raddoppiata rispetto agli anni della “prima” rinascita.

Per meglio capire questo passaggio, vale ricordare come allora la creazione di fabbriche ad alta intensità di occupazione fosse stata vista quale antidoto alla fuga dalle campagne e alla piaga di un’emigrazione quasi esclusivamente maschile e a bassa scolarizzazione.

Oggi, al contrario, con l’entrata nel campo del lavoro delle donne e con una più diffusa e alta scolarizzazione, la sola fabbrica non può essere più un rimedio.

Anche perché l’assetto dell’economia è profondamente mutato, ed è difficile intravedere quali ne siano le reali caratteristiche, con un comparto produttivo disunito, disperso e fortemente impregnato di quell’effetto “mucillagine” di cui ha scritto il Censis.

Si è ancor più aggravata la disunità interna, per cui non si è più davanti al solo contrasto fra zone interne e costiere, ma vi è difficoltà a trovare omogeneità tra i problemi dell’ Ogliastra e quelli del Mandrolisai, dell’ Anglona o della Trexenta.

La Sardegna non è più solo geograficamente un’ isola di isole, ma lo è diventata soprattutto nell’ economia, tanto da rendere difficile l’adozione, come allora, di un’unica ricetta che possa far ripartire lo sviluppo.

Ed è per questo che al posto di slogan e di mobilitazioni popolari servirebbero delle valide idee e dei progetti concreti perché si scaccino le paure e le depressioni e si ritorni a lavorare per costruire un futuro diverso e migliore.

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